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Comune di Orio Canavese

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Torchio di Albana

Il torchio a leva della Cascina Albana è legato alle attività agricole e vitivinicole facenti capo al “Castello di  Orio” quest’ultimo costruito nella prima metà del XVIII secolo nelle vicinanze del castello medievale ora distrutto, in una splendida posizione panoramica che un tempo veniva chiamata “Regione delle Vigne”.

Si tratta di un torchio consortile (versione antica di cantina sociale) di proprietà del Marchese Carlo Sallier de la Tour ma ad uso della collettività di Orio, che reca incisa sulla lunga trave la data del 1745 e successivo restauro del 1836.

Il torchio, di tipo latino, sfrutta il principio della leva di II grado. Al Marchese Carlo Sallier de la Tour va riconosciuto il merito di aver valorizzato la produzione vitivinicola locale importando dalla regione francese della Champagne, da cui proveniva la consorte Contessa Marta Ruinant de Brimont, pregevoli vitigni. Ma sicuramente non veniva trascurato il ceppo locale: l’Erbaluce, uva bianca coltivata nelle caratteristiche “Topie” (pergolati) da cui si produce vino classico, champenoise e passito. Proprio quest’ultima variante è la più pregiata essendo un vino con caratteristiche da meditazione.

L’attività del teschio è proseguita fino all’inizio degli anni ’80.

 

BREVE STORIA DEL TORCHIO A LEVA: DAL TORCHIO DI CATONE AL TORCHIO LATINO

Conosciamo i torchi romani attraverso le descrizioni di Catone (234 – 149 a. C. ) e Plinio (23 . 79 d. C.) e le scene illustrate nei bassorilievi e dipinti. I rinvenimenti si limitano ai relitti di pochi esemplari, tra cui vi sono degli di nota quelli di Pompei che permisero la ricostruzione del torchio sistemato nella Villa dei Misteri.

Si tratta di un torchio a leva di II grado in cui la pressione è esercitata dall’abbassamento della leva, costituita da una grossa trave di legno, imperniata ad un estremo e violentemente tirata verso terra a mezzo di corde mosse da un argano sistemato all’estremo opposto. Tale tipo, detto di Catone, durò inalterato fino al I secolo d. C., quando le corde e l’argano furono sostituiti da una lunga vite in legno collegata ad una grossa pietra e avvitantesi in una madrevite posta all’estremità libera della trave. La forza premente è naturalmente proporzionata alla lunghezza della trave che funziona da leva e al peso applicato alla vite.

Questa macchina, relativamente costosa, offre il vantaggio non indifferente di un limitato impiego di manodopera (due o tre uomini) e di un notevole sfruttamento delle vinacce in quanto si possono ottenere con una leva di lunghezza complessiva di 11 metri, e pietre pesanti circa 1600 chilogrammi, delle forze prementi dell’ordine di 12 tonnellate. I pregi la resero comunissima e, nella sua meccanica rudimentale me tecnicamente perfetta, rimase inalterata fino al principio del XIX secolo.

(dal Catalogo illustrato del Museo Martini di Storia dell’Enologia)

 

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